Titolo: Terra di confine
Titolo originale: Open range
Anno: 2003
Regia di: Kevin Costner/td>
Nazionalità: U.S.A.
Durata: 132 min.
Sceneggiatura: Craig Storper
Fotografia: James Muro
Effetti: FNeil Trifunovich
Musiche: Michael Kamen
Contatti:
Cast:
Kevin Costner, Robert Duvall, Annette Bening, Michael Gambon, Diego Luna
Indirizzo sito ufficiale :
Note/Curiosità:
Disponibile anche in
Charley (Kevin Costner) e Boss (Robert Duvall) sono due freegrazers, ovvero allevatori nomadi che si spostano in cerca di pascoli liberi. Insieme al gigante Mose ed al giovanissimo Button stanno trasferendo la mandria fra i pascoli del Montana, ma giunti nei pressi della cittadina di Harmonville, i quattro cowboys si scontrano con il ricco proprietario terriero Denton Baxter che non vuole permettergli di lasciare pascolare i loro capi nelle proprie terre. Lo scontro sarà inevitabile…
Più classico dei classici. Kevin Costner qui alla sua terza regia torna all’amato genere western dopo il magnifico Balla coi lupi. Alcuni critici non hanno esitato a tirare in ballo per questa pellicola paragoni con Ford ed Hawks, ma Open Range è sicuramente più vicino ad una pellicola come Gli spietati di Clint Eastwood, con il quale Costner ha lovorato in Un mondo pefetto, forse la sua migliore interpretazione di sempre. Alla grande pellicola eastwoodiana lo accomuna sicuramente una forte attenzione ai paesaggi, i tramonti, i cieli nuvolosi e le vallate spesso battute da violenti piogge, che riporta alle pellicole di Malick o al primo Cimino, ma principalmente troviamo un’analogia tra il vecchio pistolero di Clint ed il Charley di Costner, entrambi infatti nascondono, o almeno tentano di farlo, un passato violento come killer professionisti, i cui orrori tornano ancora prepotentemente alla memoria. Passato che comunque in entrambe le pellicole si rivela fondamentale e necessario per l’esito della vicenda stessa: i due cowboys non possono venire meno a quella violenza che fino a poco prima aveva guidato le loro esistenze, se non al prezzo di morire o di ritirarsi dalla vita nelle sconfinate praterie per sempre.
Anche per Open range si è parlato di elegia per il genere, il western, più genuinamente americano, fatto questo che si ripete ormai da decadi. Sono infatti tanti i film a cui la critica ha cercato di affibbiare questa “missione???: Il mucchi selvaggio di Peckinpah, I cancelli del cielo di Cimino, Balla coi lupi e chiaramente Gli spietati, tra i più famosi. Costner dirige sicuramente un elegia, per tempi ed uomini ormai andati, e lo fa con toni gentili, da romantico quale Costner è, mantenendo per quasi tutta la durata del film un’andatura lenta, riflessiva, fatto questo in totale controtendenza da certo cinema americano di oggi, frenetico e sovraccarico di effetti speciali. Nonostante questa andatura, scandita dai mutamenti metereologici, il paesaggio e la pioggia sono infatti veri e propri protagonisti, il film subisce nell’ultimo quarto d’ora una violenta accelerazione, funzionale alla spettacolare sparatoria finale, forse la più bella mai girata. Alla prateria, alla natura incontaminata, al parlato gentile dei protagonisti si sostituisce la cittadina, gli edifici ed i violentissimi colpi delle armi da fuoco, il cui sonoro magnificamente amplificato ed enfatizzato è accompagnato dai devastanti effetti su pareti e corpi umani, scaraventati a metri di distanza. E la velocità con la quale certi duelli si concludano durante il finale è forse il carattere più discordante dai western anni ’50, caratterizzati da snervanti attese dei duellanti.
Da sottolineare la grande interpretazione di Robert Duvall, grande vecchio del cinema americano, qui nelle vesti di saggio mandriano, padre “adottato??? da Charley, in cerca di un modello al quale rifarsi dopo anni spesi al servizio della pistola. Ed è infatti un rapporto padre-figlio quello che si instaura fra i due protagonisti, ed è sempre Boss che saprà consigliare Charley sul come comportarsi con Sue la donna amata , interpretata da Annette Bening, simbolo di una possibile nuova vita lontana da morti e violenza.
A cura di:
Marco Nocentini
