Nazionalità: Francia - USA
Durata: 145 min.
Sceneggiatura: David Lynch
Fotografia: Peter Deming
Effetti:
Musiche:
Cast:
Naomi Watts, Laura Harring, Ann Miller, Justin Theroux, Chad Everett, Billy Ray Cyrus, Robert Forster, Mark Pellegrino
Mulholland Drive è una strada fantastica che si trova sul crinale di Santa Monica. A tratti attraversa una zona residenziale, in altri punti ha l'andamento di una strada di montagna, aperta e selvaggia. La notte è molto buia.
Così D. Lynch descrive questo strano boulevard di Hollywood, che da il nome al suo ultimo film, una strada-simbolo ai bordi della quale si incrociano tutte le situazioni, dal macabro al grottesco, dall'iperreale al surreale, dal comico al tragico. Sono queste le varie dimensioni in cui si districa la storia di Betty Elms, giovane attrice di belle speranze, che sbarca a Los Angeles, va a casa della zia e trova sotto la doccia Rita, una fanciulla che a causa di un misterioso incidente stradale ha perso la memoria. Betty si affeziona a Rita (nascerà tra loro un amore lesbico) e si fa carico della ricerca della vera identità della donna. Ma l'identità, a Hollywood, è qualcosa di molto sfuggente, che non conosce mediazioni o compromessi. Essa entra nella dimensione in cui i sogni prendono corpo. L'Hollywood inquietante, seducente, sospesa e fiabesca di Lynch è un misto di paesaggi dell'anima stessa, universi interiori di cui simpressiona la pellicola, ma anche esperienze che possiamo sperimentare attraverso i nostri sensi, modi e mondi della percezione. Il nostro prestigiatore dell'immagine sembra possedere la chiave per aprire lo scrigno dell'inconscio, da cui estrae le proiezioni ambiziose e i desideri oscuri di unattricetta abbacinata dallo scintillio dello star system. Che la scatola blu riesumata, una sorta di Vaso di Pandora, racchiuda un'insondabile oscurità, poco importa. Dischiude piuttosto un mondo di riflessi che paiono cose vere, epifania riuscita del cinema. Il nero abissale di Lynch è la zona d'ombra di chi sogna un avvenire di luminoso successo e d'avventura , ma anche la paura della realtà e della vita; così in Lynch non c'è inquietudine e caos senza un premio di seduzione (narrativa e sensuale). Ecco perchè la questione non cambia rispetto al passato. A Lynch interessa il sogno: ma, più ancora che la rappresentabilità e narrabilità dei suoi meccanismi interni, gli interessa la particolare collocazione spaziale del sogno, se così si può dire della dimensione ineffabile che lo accoglie. Gli interessa cioè il sogno proprio come soglia semiaperta tra l'insondabilità dell'inconscio profondo e la consapevolezza che la sfera dell'agire rivendica per sè. Due universi che, come detto sopra, sono paralleli ed in costante comunicazione.
Il disagio che la visione di un film di Lynch trasmette anche dopo che se ne è potuta ricostruire una fabula possibile, deriva sempre dal fatto che questa possibilità non viene contraddetta ma, anzi, rinforzata da una costellazione di passaggi (luoghi di transito della narrazione e del senso) che di per sè sono, però, impossibili. Il cinema di Lynch racconta di questi passaggi impossibili, votato alla loro rappresentazione, gioca continuamente con le infinite variazioni (espressive, figurative, emotive, sonore) di cui possono essere oggetto. Per questo i film di Lynch somigliano sempre più ad ambienti, prima ancora che a storie: ambienti in cui rintracciare percorsi, andate e ritorni per direzioni insospettabili, dove la plausibilità dell'insieme non tiene più grazie alla logica causale del racconto classico, ma ad un approccio analogico che lo trasfigura in esperienza, per l' appunto, moltiplicata di senso e di sensi. Una sorta di lost highway in cui convergono ordine e disordine. Ma ordine e disordine sono le due facce dello stesso sguardo, gettato sul mondo come rappresentazione e sulla possibilità coincidente della rappresentazione-cinema di sognare e di fare il mondo.
A cura di:
Marco Luceri
