Nazionalità:Italia- Francia - Germania
Durata: 105 min.
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Effetti: F
Musiche: Fabio Vacchi
Cast:
Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar Ratchkov, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli
Il 30 novembre 1526 moriva, nella casa di un Gonzaga, a Mantova, Giovanni delle Bande Nere, figlio di Giovanni dei Medici: aveva 28 anni, era un abile e spietato condottiero di mercenari al soldo di suo zio, il papa Medici Clemente VII, aveva una moglie ricca e devota, Maria Salviati, ed un piccolo bambino che sarebbe diventato Cosimo I granduca di Toscana. Quattro giorni prima, lungo le rive del Po a Governolo, durante l' ennesima battaglia per impedire ai Lanzichenecchi di Carlo V di arrivare a Roma, era stato colpito da una palla di falconetto, un piccolo cannone su ruote che Alfonso d'Este, duca di Ferrara, tradendo assieme a Federico Gonzaga il Papa e Giovanni aveva di nascosto regalato all' esercito tedesco. La ferita andò in cancrena, gli fu tagliata una gamba, ma il giovane capitano di ventura non riuscì a sopravvivere. Su questo episodio tragico della nostra storia, Olmi ha concepito un film bello, grandioso, visivamente magnifico, di gran lunga il migliore dai tempi de L' albero degli zoccoli. Il cinema di Olmi si è sempre dibattuto tra due tentazioni contrapposte e complementari: da un lato cinema che si dà come epifania di un inizio (Il posto, E venne un uomo) e dall' altro un cinema che si costruisce sulla fenomenologia di ciò che si estingue, che sta per scomparire (La leggenda del santo bevitore, I fidanzati, L'albero degli zoccoli). Talora le due tentazioni dello sguardo si sovrappongono come in una dissolvenza incrociata e producono film in cui l' estinzione di qualcosa si accompagna (ed entra in conflitto) con la formazione di qualcos' altro. Il mestiere delle armi sembra collocarsi, a primo sguardo, tra i film di Olmi che mettono in scena una scomparsa: attraverso il racconto degli ultimi giorni di Giovanni, il regista disegna uno struggente poema visuale non solo sulla fine di uomo, ma di un mondo, di un codice donore, di un modo d' intendere e di praticare la guerra. Nello stesso tempo però, proprio nella misura in cui si fa racconto di un morire, Il mestire delle armi finisce per essere la radiografia di un personaggio che solo nella morte trova e definisce la propria identità (si veda l'identità tra le prime e le ultime inquadrature del film). E' solo morendo che Giovanni nasce compiutamente come personaggio e riesce ad offrirsi sullo schermo, rossellinianamente, nella fragile e precaria consapevolezza del proprio essere. Inizio e fine si incrociano, in questa sorta di film-requiem non tanto sulla guerra, quanto sulla inevitabile precarietà di ogni esistenza. Fatto di ellissi e di buchi, di addensamenti e di rarefazioni narrative, di ricordi struggenti e di visioni deliranti (le soggettive di Giovanni morente sugli affreschi di Palazzo Thè). E' un film che procede per inquadrature frontali, immagini fisse e pose statuarie: quasi una sacra rappresentazione, la cui intensità deve molto a tutta la messinscena, alla fotografia (in cui suo figlio Fabio Olmi, operatore, cita l'intera storia della pittura, da Paolo Uccello a Georges de la Tour, da Bruegel a Velasquez, riallacciandosi contemporaneamente alle grandiosità essenziali di Dreyer e Bresson), alla perfezione dei volti, nella solennità astratta delle scene concepite come stazioni di una via crucis, come se il regista lombardo avesse voluto mescolare Giotto e Brecht.
a cura di:
Marco Luceri
