Nazionalità:Italia
Durata: 74 min.
Sceneggiatura: Daniele Vicari
Fotografia: Gherardo Gossi
Effetti:
Musiche: Giuseppe Napoli
Cast:
V. Elafro, E. Matta, P. Perotti, P. Salerno, G. Usai
La Storia che ritorna: 1980, Torino, Fiat. Un periodo che ha segnato non solo la storia di una città, della più grande industria del Paese, ma anche quella di un'intera nazione. Il 1980 fu un anno cruciale per l'economia, per la lotta di classe, per la vita in fabbrica, per la stessa società civile italiana. Dopo quell'anno l'Italia non sarebbe più stata la stessa:
l'allontanamento di 61 presunti filoterroristi, l'annunciato licenziamento di 14.496 lavoratori, i drammatici 35 giorni di sciopero alla Fiat cui si contrappose la marcia dei 40mila colletti bianchi, segnarono per sempre il volto del sindacato (in particolare della CGIL), sempre più scisso e alienato dalla base, e dei partiti di sinistra (in particolare del PCI). Una sconfitta per l'intero mondo del lavoro, che simboleggiò la fine del fordismo e l'inizio della globalizzazione.
Non mi basta mai (film-documentario nato da un'idea di uno dei protagonisti che quei giorni li ha vissuti in prima persona, Pietro Perotti, ex lavoratore Fiat, comunista ed appassionato filmaker) racconta le trasformazioni ed i cambiamenti dell'impegno politico di quel tempo. Attraverso immagini di repertorio (molte delle quali girate dallo stesso Perotti, autore a sua volta di Fiat, autunno '80, primo tassello di un progetto che sarà una sorta di Heimat della classe operaia) affiancate a quelle dell'oggi, i cinque protagonisti-testimoni, Pietro appunto, Ebe, Pasquale, Vincenzo e Gianni ci raccontano le loro vite tra passato e futuro.
Ecco perchè il film si segue con passione, tensione, partecipazione, come nel timore che il sogno perseguito dai cinque protagonisti possa improvvisamente coincidere con un brusco risveglio e che la loro nuova utopia possa fare la fine di quella di vent'anni prima. Veniamo introdotti nel passato di lotta e nel presente di libera gratificazione da immagini che ci piombano addosso come flash, ma che infine compongono un quadro ben preciso, una sorta di mix tra rabbia ed ironia, di consapevolezza e di vagheggiamenti. Dunque cinque bellissime storie di riscatto esistenziale nell'ambito di una storia visiva rielaborata con grande sensibilità ed accortezza (solarizzazioni, ralenti, decolorazioni, sgranature) e impostata a frammenti: le interviste sottotono, ma lucidissime, il pedinamento dei gesti quotidiani, i materiali d'epoca, la riprese amatoriali, spezzoni di cinema militante dell'epoca (Giannarelli, Gregoretti, ecc.). Una storia visiva che rende molto bene il clima di quell'anno e di quei giorni, ma ci restituisce anche un passato di conflittualità più lontane e ci fa balenare un allora imprevedibile futuro (chi allora avrebbe mai pensato che il Lingotto da luogo di fatica e soprusi sarebbe poi stato rinconvertito ad ospitare mostre darte dell'avanguardia sovietica, saloni del libro e congressi del più importante partito della sinistra?).
Le intenzioni di Chiesa e Vicari sono palesemente lungi dalla sociologia e dall'ideologia, ma è una questione di scelta: privilegiare il personale ed il privato e lasciare un po' sullo sfondo i drammi dell'impegno sindacale, della riconversione industriale, dei nuovi sfruttamenti, quasi a voler dimostrare in forma di apologo che la classe operaia può andare in paradiso solo rinunciando a se stessa. Alla fine, infatti, l'utopia non si raggiunge mai, ma serve a far camminare.
