Nazionalità:Comunità Stati Indipendenti (ex URSS), ora Russia
Durata: 96 min.
Sceneggiatura: Arif Aliev, Sergej Bodrov
Fotografia: Pavel Lebeshev
Effetti:
Musiche: Leonid Desiatnikov
Cast:
Oleg Menshikov, Sergej Bodrov Jr., Djemal Sikharulidze, Susanna Mekhralieva, Alexei Zharkov, Valentina Fedotova
Il prigioniero del Caucaso è sicuramente uno dei film di guerra più belli degli anni ’90, anche se le scene di morte sono pochissime, gli spari non sono più numerosi e le due sole scene spettacolari (un’imboscata ed un’incursione aerea) sono risolte con pochi accenni. Questione di umanità, forse. Abituati ormai a considerare la guerra come una faccenda soprattutto tecnologica, ogni conflitto armato come un colossale spreco di risorse (con relativi kolossal), spesso si dimentica il “fattore umano???. Il navigato regista russo post-sovietico S. Bodrov non se ne dimentica, invece. La Cecenia non viene mai nominata, ma è chiaro che lo sfondo è quello, anche se il “messaggio??? attinge ad una dimensione universale della sofferenza causata dalla guerra. Tanto che, in un primo momento, la storia si voleva ambientarla nella ex Jugoslavia.
Girato a 300 km dalla vera linea del fronte, il film racconte l’avventura di due prigionieri russi, il tenente Sasha e la recluta Vanja. Caduti in un’imboscata tesa dai ribelli, i due vengono trascinati, privi di conoscenza, in un villaggio incastonato tra le montagne del Caucaso: a tenerli prigionieri è il vecchio Abdul-Murat, che spera di scambiarli con il figlio catturato dai russi. Ma le trattative vanno per le lunghe. E intanto i due, incatenati nel fienile e controllati a vista, da un contadino al quale i russi tagliarono la lingua, diventano amici ed imparano a convivere con quel Medioevo resistente ad ogni forma di “sovietizzazione???.
Il film, al di là della dicotomia guerra-pace, tenta di costruirsi confidando su una specie di poetica della multiformità. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un film di impianto realistico, un realismo oscillante tra situazioni minimali ed eventi grandi e terribili. Da un lato la vita quotidiana del villaggio sperduto, dall’altro la guerra con le sue ritualità. In mezzo sembra insinuarsi una possibile linea di congiunzione che tende a ristabilire quello che si sperimenta come un ordine umano violato. Ma è una linea tenue, ed è quella su cui corre in bilico l’amore tra Dina e Vanja. L’intento però non è banalmente mitopoietico, ma va in direzione moralista, ribadendo un chiaro giudizio di valore sulle irrazionalità e sulle evidenti incongruenze della Storia. Bodrov tende a tracciare un’ipotesi dialettica del tutto inserita nella contrapposizione tra ciò che è auspicabile e ciò che non lo è. E in effetti tutta la sequenza con la quale viene costruito il lungo prefinale rende esplicito ciò che sostanzia il messaggio di tutto il film: l’indiscutibile necessità di uno scatto etico (possibile solo a livello individuale) che di fatto cerca di opporsi ad una “morale???, intesa nel senso più ampio del termine, “ufficiale???. Il film allora percorre, con l’immediatezza della storia che racconta, una inquietudine profonda che diventa stupore malinconico di fronte al precipitare degli eventi. Tutto il peso della tragedia si sostanzia nel pianto inaspettato e toccante di Sacha, quasi il capro espiatorio, infine, di quella stessa Storia di cui è contemporaneamente vittima e carnefice.
A cura di:
Marco Luceri
