Titolo: No Mans Land
Nazionalità: Bosnia
Durata:98 min
Sceneggiatura: Danis Tanovic
Fotografia: Walther Vanden Ende
Effetti: F
Musiche: Danis Tanovic
Cast:
Katrin Cartlidge, Rene Bitorajac, Branko Djuric
Note/Curiosità:
Scheda critica:
Bosnia, 1993. Nella stessa trincea, soli, due uomini, appartenenti ad eserciti diversi, devono affrontare lo stesso problema: cercano di collaborare ma spesso l' odio prevale, un odio di cui per altro, non conoscono l' origine. La brillante idea del trentaduenne regista bosniaco, appena diplomato all' Accademia del Cinema in Belgio, gli è valsa il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes nel 2001, seguito dall' Oscar come miglior film straniero nel 2002. La guerra è iniziata da un anno, nel '92, a seguito del referendum per l' indipendenza della Bosnia: la vittoria del sì ha scatenato la violenza. La Bosnia attraversa adesso ciò che la Croazia ha vissuto un anno prima: per riconquistare gli stati proclamatisi indipendenti la Serbia mobilita l' esercito, mentre l' eterogenea popolazione bosniaca si divide per nazionalità. I serbi sono richiamati a combattere nell' esercito di Belgrado, mentre i bosniaci si arruolano per difendere l' indipendenza. I due protagonisti sono sempre vissuti nella stessa città, hanno frequentato gli stessi locali, persino amato la stessa donna, "un uomo su un lato della prima linea lo si può ritrovare facilmente sull' altro" dice Tanovic, ma ora devono lottare. Ogni tanto paiono dimenticarlo e si stringono in una complicità da ragazzi, poi la paura prevale, costringendoli a tenere sempre i fucili puntati. Tanovic vuole rappresentare i contrasti della guerra: immaginate che qualcuno sovrapponga una foto in bianco e nero su un dipinto di Van Gogh, e forse capirete cosa si prova. Per questo sceglie come sfondo un lungo giorno estivo, una bella giornata, che dovrebbe aiutare a fraternizzare; invece il caldo rallenta l' azione, offusca i pensieri, nasconde la tensione, ma non riesce certo ad eliminarla. Esplode quindi di tanto in tanto in modo inaspettato, improvviso, rapido. La violenza fra i due pare del tutto ingiustificata: non sanno veramente come è iniziata la guerra, salvo convincere l' altro ad un mea culpa motivato dalla minaccia di un fucile. "Ho voluto che questo film fosse ricco di diversi tipi di contrasti e disarmonie, ma ho voluto che il risultato fosse che la disarmonia e l' odio sono contro natura e non portano a una soluzione". I due uomini che soli, nel vuoto, aspettano che succeda qualcosa, che arrivi qualcuno, richiamano alla mente Beckett: anche se qui qualcuno arriva, le cose continuano ad andare come prima, nulla cambia. L' uomo è totalmente impotente contro ciò che lui stesso ha realizzato. Una grande energia unisce il giovane soldato francese e la giornalista americana, ma i loro sforzi saranno inutili. Innanzi tutto devono fronteggiare gli ufficiali ONU che non vorrebbero mai intervenire pur di non avere problemi. Ma non fare nulla non è neutralità - dichiara il regista - "non accuso i singoli soldati, molti di loro cercavano di fare qualcosa, le colpe erano ai vertici". Per questo ritiene di essere stato anche troppo generoso nei confronti dell' ONU, chiamando "puffi" i suoi soldati, denunciando l' inattività dei generali e l' incapacità di comunicazione di un esercito che per parlare col soldato bosniaco deve costringere il serbo a fare da interprete. Molto più clemente è nei confronti dei media, forse a causa del suo passato da giornalista: "la ragazza riesce a costringere ognuno ad compiere il proprio dovere, ai media dobbiamo molto, grazie alle loro immagini i governi europei sono intervenuti. Ma anche quando, con tante lotte, si riesce ad ottenere un intervento, la situazione non potrà essere risolta; pare che le responsabilità siano molte, ma il punto di vista del mio film non l' accusa; la storia non punta il dito contro quelli che hanno sbagliato: il punto è alzare una voce contro tutte le guerre". Il paradosso continua: proprio quando decine di professionisti tentano di aiutare i due uomini si compie la tragedia. E giunge il tramonto di questo lungo giorno destate.
a cura di:
Gherardo Vitali Rosati
