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Titolo: il mio piede sinistro
Titolo originale: My Left Foot
Anno: 1989
Regia di: Jim Sheridan/td>
Nazionalità: Gran Bretagna
Durata: 106
Sceneggiatura: Jim sheridan, Shane Connaughton
Fotografia:
Effetti: F
Musiche:
Contatti:
Cast:
Daniel Day Lewis, Brenda Fricker, R. McAnally
Indirizzo sito ufficiale :
Note/Curiosità:Premi Oscar a Daniel Day-Lewis e a Brenda Fricker
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Un'ambientazione particolare. L'Irlanda dei primi anni trenta scrutata nella confusione di case, strade, birrerie affollate da un proletariato orgoglioso e beone ( sono molti i riferimenti, espliciti o meno, alla forza descrittiva di Joyce). Una storia particolare. Proiettati nell'interno di una famiglia operaia e cattolica, assistiamo alla nascita sventurata del tredicesimo ed ultimo figlio. La sorte si fatta gioco della forte costituzione fisica, tipica della famiglia Brown: il nascituro è affetto da una paralisi cerebrale che lo costringerà ad un'esistenza inesistente, ad una vita vegetale piuttosto che umana.
Su tutto un particolare: la malattia permetterà comunque all'infante l'utilizzo del piede sinistro. Certamente questo non sufficiente perchè il bambino possa seguire le orme del padre muratore, ma abbastanza affinchè possa avere inizio la storia filmica di Christy Brown che poi anche storia letteraria, nonchè biografica ( la sceneggiatura plasmata fedelmente sull'autobiografia del protagonista).
Così in occasione di una cerimonia, durante la quale lui stesso sarà premiato, Christy racconta la propria esistenza partendo dal passato più lontano: un'infanzia impedita trascorsa arrancando sul pavimento ( la sedia a rotelle è una spesa insostenibile per la famiglia), le sofferenze attenuate dall'affetto continuo e sincero dei parenti, la scoperta delle potenzialità del proprio piede.
E grazie a quest'ultimo elemento che il protagonista potrà comunicare: cominciando dallo scrivere la parola mother per terra, egli proseguirà con il dipingere quadri considerati geniali, fino a divenire poeta scrittore. Nel corso di tale climax sono riscontrabili una miriade di fattori importanti: la figura stupenda della madre ( esemplare interpretazione di Brenda Fricker) , l'incontro essenziale con la dottoressa Alina rappresentazione del primo ed univoco amore, inserti ironici ma semplici, il matrimonio con unintelligente infermiera.
Insomma, in generale emerge con chiarezza quello che è il centro tematico dell'opera prima di Jim Sheridan ( regista di trascorsi teatrali): una vicenda di speranza che diviene vittoria della forza espressiva sulla patologia, dell'uomo sul destino.
Ed il messaggio ha convinto se consideriamo che il lungometraggio, sebbene di nazionalità Inglese, vinse nel 1990 ben due Oscar, strappando addirittura la statuetta per la migliore interpretazione al Tom Cruise di Nato il 4 luglio. Rivedendo oggi il film l'impressione che ne emerge comunque buona: probabilmente il regista non procede fino in fondo nell'analisi del dramma esistenziale del protagonista, ma è da riconoscere che nella trama non sono assolutamente rintracciabili la spettacolarizzazione e quindi il ricatto sentimentale spesso presenti in opere di questo genere ( si pensi, anche soltanto, a Rain man).
Abbiamo piuttosto una funzionale cronologia diegetica procedente per flashback, un'interpretazione eccezionale, anche se da alcuni considerata eccessiva, di Daniel Day Lewis ( che per un migliore risultato decise di stare a contatto e studiare i comportamenti di alcuni cerebrolesi), un finale veritiero al posto del classico happy end. Resta da considerare, in ultima analisi, se il personaggio di Christy Brown, genio irascibile e discreto bevitore, sia rappresentativo di un'intera categoria di persone. Certo, non tutti coloro che sono affetti da patologie del genere riescono ad imporsi in modo così netto nella società. Ma la scelta del regista non è da vedersi come un fattore selettivo, l'eccezionalità della rivalsa di Brown è soprattutto da considerarsi come un simbolo.
Un grande monumento che testimoni come la volontà, la capacità d'agire, possano essere presenti in ogni situazione. Una speranza che tutti, anche se posizionati in precedenza, possano fare goal in una porta da calcio. Proprio come accade in una scena del lungometraggio.
