Titolo: Il ritorno
Titolo originale: Vosvraschenie
Anno: 2003
Regia di: Andrey Zvyagintsev
Nazionalità: Russia
Durata: 105 min.
Sceneggiatura: Vladimir Moiseenko, Alexander Novototsky
Fotografia: Mikhail Kritchman
Effetti: Vladimir Mogilevsky
Musiche: Andrey Dergatchev
Cast:
Kostantin Lavronenko, Natalia Vdovina, Ivan Dabronrdvav, Vladimir Garin
Un uomo di mezza età ritorna, dopo essere stato assente per molti anni, al focolare domestico e fa finalmente la conoscenza dei due piccoli figli. Un giorno decide con loro di compiere un viaggio verso un' isola dove i tre passeranno alcuni giorni a pescare e, naturalmente, a conoscersi in maniera più approfondita. Il padre si dimostra a volte affettuoso, ma il più delle volte burbero quando non odioso. I due figli Andrej e Ivan nutrono nei suoi confronti sentimenti contrastanti: mentre il primo molto accomodante si lega subito al padre, il secondo è sempre più ostile e non crede affatto nella sua buona fede. Il viaggio che si snoda tra le lunghe strade, i boschi ombrosi ed i nebbiosi, piatti paesaggi lacustri della Russia nord-orientale (il film stato girato tra S. Pietroburgo e la Finlandia), evolve in una storia che non ha nè un prima nè un dopo ed elude tutte le possibili domande che lo spettatore potrebbe porre proprio sulla trama. Infatti procede dall'inizio alla fine per sottrazioni: non si chiariscono nè l'identità del padre, la sua vera provenienza, il motivo della sua assenza e del suo ritorno, nè tantomeno il perchè dell'avventuroso, rischiosissimo viaggio sull'isola e di tutto ciò che ne consegue. Il fatto che queste domande concernenti così profondamente il tessuto narrativo restino abilmente eluse, spiega chiaramente come tale elemento sia solo un pretesto per creare un vero e proprio poema (a tratti apologetico) sul mistero delle immagini. La sottile, costante marginalizzazione dell'elemento narrativo compensata da un' altrettanto crescente attenzione a quegli elementi puramente filmici, inscrivibili nella categoria del visibile, che conferiscono più di altri all'opera il suo potente impatto visivo. La resa dei paesaggi un elemento essenziale nella decostruzione della narratività. Il lago, il mare, l'isola, i campi avvolti nelle piogge e nella nebbia, le spiagge (suggestioni tarkovskijane?) sono tutte zone di confine (fisiche e di senso), ampie vacuità liminari in cui affondare lo sguardo della macchina da presa che indugia, nasconde, rende le atmosfere misteriose e stranianti. L'inquadratura spesso costruita in maniera assolutamente priva di centralità: la pari importanza data a paesaggio e personaggi fa sì che questi ultimi non siano mai al centro dell'attenzione visiva e quindi o diventano minuti come se facessero essi stessi parte del paesaggio, o spropositatamente grandi tanto da diventare paesaggio essi stessi. In tal modo la loro marginalizzazione si rafforza sul piano narrativo, ma molto di più su quello visivo; non ci si sorprende infatti se i movimenti di macchina siano spesso lente panoramiche sul vuoto degli ambienti, sempre in campo largo, seguiti da quadri fissi dal forte impianto pittorico. Tutto ci conferisce al film quell'aura di mistero, di vuoto che ben accompagna l'alienazione dei personaggi fino al tragico finale in cui nulla viene risolto. Impossibile alla fine non vedere ne "Il ritorno" molto più che un semplice esercizio di stile. Piuttosto si presenta come un intelligentissimo (anche nella sua semplicità) sforzo di raccontare una storia fuori dal simbolismo e dalle metafore, affidando il senso vero della comunicazione non alla narrazione, ma alla visione, che riacquista in questo film tutta la sua potenza misteriosa, la prima fonte di cui il cinema si nutre.
A cura di
Marco Luceri
