Titolo: Il declino dell'impero americano
Titolo originale: Le declin de l'empire americain
Anno: 1987
Regia di: Denys Arcand
Nazionalità: Canada
Durata: 98 min.
Sceneggiatura: Denys Arcand
Fotografia: Guy Dufaux
Effetti: Monique Fortier
Musiche: Francois Dompierre
Cast:
Gabriel Arcand, Dorothee Berryman, Daniel Briere, Pierre Curzi, Remy Girard, Yves Jacques, Dominique Michel, Louise Portal, Evelyn Regimbald, Geneviev Rioux
Quattro uomini e quattro donne dell'ambiente universitario del Canada francese si ritrovano per un party in un'esclusiva casa di campagna. Mentre gli uomini preparano le vivande in cucina, le donne fanno ginnastica in una palestra vicina. I primi parlano di loro, le donne appunto, e queste, naturalmente, di uomini, scambiandosi pettegolezzi e confidenze, soprattutto di carattere sentimentale. Il sesso è l'argomento principale di queste divertenti discussioni, ma nel film non si vede. Infatti quando i due gruppi si riuniscono ci sono attriti e conflitti: la libertà sessuale tanto chiacchierata è più facile a parole che nei fatti. Dai discorsi salta fuori la vanità di esistenze complesse, tese però spesso solo al soddisfacimento dei piaceri, mentre intorno il mondo crolla. Il titolo, naturalmente ironico, si riferisce al declino del mondo occidentale nel suo insieme, un cancro mortale che esso porta dentro di sè a partire proprio dal mondo della cultura, che questi eccentrici personaggi rappresentano. E' grosso modo la stessa tesi del bellissimo "Le invasioni barbariche", struggente, divertente e poetico seguito di questo film, che Arcand ha girato con gli stessi attori a diciassette anni di distanza. Sotto lo sguardo divertito del regista canadese, in questa snobistica, breve parabola gli otto occidentali (quasi gli ultimi soggetti del pensiero di una civiltà destinata ad autoannientarsi lentamente) tirano fuori tutta l'irriverenza, l'amicizia, l'esuberanza, l'epicureismo, la sete di vivere. Sono espressioni spesso di un cinismo sottile, ma vitale e di un'intelligenza che mantiene sempre fresco il tono della narrazione e non fa scadere il film in un patetico tono moraleggiante. Nell'isolato microcosmo della villa di campagna (la civiltà ed il suo pensiero assediati dal fascino oscuro della Natura), la lenta agonia del mondo occidentale e della sua cultura si materializza nella dimensione profondamente grottesca in cui Arcand avvolge i suoi otto eroi. L'assenza dei legami forti, la famiglia, il matrimonio, influenzano negativamente anche la vita amorosa e dunque la sessualità, che perde la sincerità del sentimento, diventando un puro oggetto di logos, vuoto di contenuti almeno quanto di desiderio. Tutto allora sembra inclinarsi verso la falsità, la meschinità di un intellettualismo che si imputridisce che non riesce purtroppo a coprire tutto. Non bastano infatti i piatti raffinati, le ideologie, le poesie, le storielle, i libri, la politica ecc. ad evitare la deriva di queste figure e del mondo che sono sicuri di aver capito, ma che sta morendo insieme a loro. Si racchiude nella meschinità di queste grottesche figure il messaggio desolato di un film amaro e divertente (ottimo esempio di cinema di conversazione con la cinepresa al servizio dei bravissimi attori) che usa il pedale del grottesco e contrappunta con alcuni stupendi esterni il chiacchiericcio inutile di personaggi sempre più pervasi dal grande freddo dei sentimenti.
A cura di:
Marco Luceri
