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Il gatto a nove code


Titolo: Il gatto a nove code
Titolo originale: Il gatto a nove code
Anno: 1971
Regia di: Dario Argento
Nazionalità: Italia/Francia/Germania
Durata: 112 min.

Sceneggiatura:
Fotografia:
Effetti:
Musiche: Ennio Morricone

Cast:
James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Rada Rassimov, Tino Carraro, Emilio Marchesini.

Indirizzo sito ufficiale :

 


Gli anni 70 potrebbero essere definiti con un po' d'ironia come gli anni d'Argento del nostro cinema horror. Gli spettatori riempivano le sale, gli spaghetti western sbancavano i botteghini ed un certo Dario Argento, con un passato da critico cinematografico e sceneggiatore, nel 1970 si metteva per la prima volta dietro la macchina da presa firmando uno degli esordi più folgoranti del cinema italiano: L'uccello dalle piume di cristallo.
Il film, primo fortunato capitolo della così detta trilogia degli animali che comprende in ordine cronologico Il Gatto a nove code (1971) e Quattro mosche di velluto grigio (1971) inaugurò il prolifico filone del thriller psicologico Made in Italy , genere in cui si era già cimentato l'eclettico maestro dellHorror Mario Bava con La ragazza che sapeva troppo (1962). Il successo fu bruciante e mise incredibilmente d'accordo spettatori e critici, spaesati dall'audacia delle soluzioni tecniche e narrative impiegate ed entusiasti del talento visivo dimostrato dal giovane regista. Il gatto a nove code, film non particolarmente amato dal regista che lo ha sempre considerato l'anello debole della trilogia, invece è un film valido ed ispirato; nel complesso un'opera dai meccanismi ben collaudati che tiene ancora nonostante gli anni. Il regista lavora sapientemente sulla forza evocativa dei luoghi, costruendo uno spazio urbano desolato ed opprimente (memorabile la sequenza girata nel cimitero di Torino), ottenuto con l'innovativo sistema della frammentazione delle locations, che consente di confezionare un assemblaggio d'inquadrature girate in posti differenti e ricomposte nella sintesi d'una metropoli qualunque, anonima e notturna, ideale rifugio per la follia sanguinaria che si cela dietro l'apparente normalità cittadina. Il tutto amplificato dalle belle musiche del maestro Morricone. L'impianto del film è quello tipico del thriller in cui si dà la caccia al maniaco omicida, l'Uomo Nero con cappello e impermeabile, personificazione del Male senza volto, così come radicata nell'immaginario collettivo. Il paradigma indiziario fondato sulla solida struttura a mosaico (denunciata esplicitamente dalla passione per i cruciverba di Karl Malden nei panni del cieco Franco Arn), in cui manca sempre qualche tessera, il particolare chiave per ricomporre il quadro completo della situazione e sciogliere l'enigma. Accanto all'intramontabile figura del cocciuto giornalista che questa volta indaga su di una serie di feroci delitti in qualche modo correlati ad una clinica in cui si svolgono misteriose ricerche genetiche, Argento inserisce due figure che fungono in qualche modo da veggenti:l'enigmista cieco e la sua nipotina. Nel primo caso la menomazione della vista è compensata da una sorta di visione mentale, nel secondo è la percezione quasi magica che i bambini hanno della realtà a innescare la premonizione. La cecità entra in contrapposizione netta con i dettagli insistiti sull'occhio dell'assassino, creando così un efficace contrasto dello sguardo. Come in tutti i primi film di Dario Argento, nulla è ciò che sembra e la strada verso la verità è disseminata da falsi indizi e piste ingannevoli di cui si tireranno i fili nel classico doppio finale argentiano. L'autore si prende la libertà di mettere in scena i propri incubi e d'imbastire le sue spiegazioni parascientifiche senza preoccuparsi troppo della logica o plausibilità di esse, ma puntando sull'effetto del trucco spudorato, di cui solo il pubblico potrà giudicare la riuscita finale. Tutto ciò è supportato da un corredo tecnico che ha svecchiato il genere dai luoghi comuni, dissolvenze audio che anticipano quelle visive, soggettive dell'assassino (mutuate accortamente da Hitchcock), carrelli mozzafiato, l'attenzione per il particolare, primissimi piani delle armi da taglio e dei piccoli oggetti con cui giocherella l'assassino. Tuttavia in questo film, a fianco dei temi più cari al primo Dario Argento, coesistono intuizioni profetiche e avveniristiche messe certamente a servizio dell'intreccio ma che coinvolgono ambiti di riflessione ben più ampi. La sceneggiatura fa leva sull'assunto pseudo scientifico (di sapore lombrosiano) del doppio cromosoma XXY, che causerebbe negli individui in cui è presente un'innata propensione al crimine e alla devianza. Aldilà della verosimiglianza di tutto ciò, Argento, si dimostra lungimirante nell'anticipare il tema della genetica per lo meno trent'anni prima della sua scottante attualità. Analisi di frammenti di DNA, comparazioni del corredo genetico: la cronaca ci sottopone quotidianamente i successi della scientifica in casi difficile risoluzione grazie al contributo determinante della genetica. Il terrore per l'Altro, la ricerca della verità, diventano in questo film un pretesto per indagare la natura umana stessa e una presa di coscienza dell'Alterità inconoscibile che si annida in noi stessi.
A cura di Filippo Bologna