Titolo: Il tempo dei cavalli ubriachi
Nazionalità: Iran - Francia
Durata:80 min
Sceneggiatura: Bahman Ghobadi
Fotografia: Saed Nikzat
Effetti: F
Musiche: Hossein Alizadeh
Cast:
Nezhad Ekthiar-Dini, Amaneh Ekthiar-Dini, Madi Ekthiar-Dini, Ayoub Ahmadi.
Note/Curiosità:
Indirizzo sito ufficiale :
www.luckyred.it/cavalli
Scheda critica:
Kurdistan iraniano, al confine con l' Iraq. In un villaggio montano, immerso in un territorio aspro e ostile, vivono cinque orfani, uno dei quali (Madi) è affetto da una grave forma di nanismo. Le medicine non gli bastano più ed è necessaria un' operazione molto costosa. Il fratello maggiore, nonostante la giovane età, è costretto a lavorare duramente per salvare Madi e per mantenere la famiglia. Accetta di mettersi al servizio dei contrabbandieri, scontrandosi con una cruda realtà sociale, indifferente anche di fronte alla sofferenza di un bambino. I cavalli del titolo in realtà sono muli che i contrabbandieri usano per trasportare le merci da uno stato all' altro, ubriacandoli di una bevanda di acqua e alcool per non fare loro sentire il freddo e la fatica.
Il regista Bahman Ghobadi, originario delle regioni nelle quali è stato girato il film, rappresenta con estremo realismo una vita ai limiti della sopravvivenza, mettendo in scena una storia vera e facendola interpretare da chi l' ha vissuta in prima persona, così come gli attori non protagonisti sono in gran parte abitanti della zona. Già assistente di Kiarostami in "Il vento ci porterà via", e attore in "Lavagne" di Samira Makhmalbaf, Ghobadi sviluppa in questo suo primo lungometraggio unidea che lo aveva portato alla realizzazione di un corto dal carattere più documentaristico: il risultato è molto forte e gli vale la vittoria della Camera d' Or al festival di Cannes 2000 (premio destinato agli esordienti). Con la vittoria del premio entra a pieno diritto nella schiera dei registi che da anni tengono alto il nome del cinema iraniano.
L' impatto emotivo del film è ottenuto grazie alla semplice presentazione quasi distaccata dei personaggi e delle loro vicissitudini, con una narrazione estremamente discreta che mira quasi alla creazione di un documento sociale informativo.
[...] "mi sono sforzato di mostrare le cose cosi come le ho viste e vissute, sia pure in maniera indiretta, da osservatore [..]. Nello stesso tempo, ho voluto dare preminenza assoluta al bambino malato: a me non interessavano tanto gli eventi, come ad esempio il matrimonio, ne le vicende della sua famiglia, quanto la sua sofferenza. Il film è tutto costruito intorno al suo dolore".
Il finale aperto è, un po' per scelta espressiva, un po' per necessità visto che il regista aveva finito la pellicola e dato fondo a tutti i suoi risparmi.
