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Titolo: Kadosh
Titolo originale: Kadosh
Anno: 1999
Regia di: Amos Gitai/td>
Nazionalità: Israele
Durata: 110 min.

Sceneggiatura: Amos Gitai, Eliette Abecassis
Fotografia: Renato Berta
Effetti: F
Musiche: Philippe Eidel
Contatti:
Cast:
Yael Abecassis, Yoram Hattab, Meital Barda, Uri Ran Klauzner

Indirizzo sito ufficiale :

Note/Curiosità:
Disponibile anche in
Gerusalemme intorno all’anno duemila: quartiere ultraortodosso di Mea Shearim. Qui si consuma la tragedia di due sorelle ebree, Rivka e Malka, segnate dallo stesso destino di sofferenza e dolore. Sullo sfondo della loro volontà di dare libero sfogo al comune desiderio di amare e di essere amate le due donne si scontrano con un universo scandito da millenarie tradizioni religiose. Rivka è sposata da dieci anni con Meir, con il quale condivide un sincero amore, eppure la loro unione non è felice, manca la gioia della nascita di un bambino. Dopo molti tentennamenti, l’uomo viene costretto a divorziare dalla moglie sterile che, in quanto tale, non assolve ai suoi compiti. Ma il destino di infelicità coinvolge anche la sorella Malka, che viene data in sposa a un uomo che non ama, in quanto il suo cuore è già stato conquistato da un giovane musicista che ha deciso di vivere fuori dalla comunità.
Con Kadosh Amos Gitai, raro esempio di regista israeliano riuscito a imporsi nel mercato europeo, chiude la sua trilogia dedicata alla modernità in Israele attraverso il ritratto di tre grandi città radicalmente diverse. Dopo "Devarim" girato a Tel Aviv e "Giorno dopo giorno" che mostrava Haifa e la sua società mista di israeliani e palestinesi, adesso il regista analizza Gerusalemme, centro spirituale delle tre grandi religioni monoteiste, punto centrale di una terra santa e maledetta, teatro di soprusi e scontri non soltanto tra popoli perennemente in conflitto, ma anche tra coloro che appartengono alla stessa comunità religiosa. Palcoscenico della vicenda è un ambiente in cui la vita è depauperata da ogni ricchezza poetica, dove i rigidi gangli della fede religiosa mettono in luce la spietatezza dei protagonisti e la loro lucida follia di esseri senza volontà propria, totalmente piegati alla volontà della Legge. Lo sguardo del regista risulta perfettamente funzionale alla descrizione di questo “isolato??? microcosmo.
Le scene si svolgono prevalentemente in spazi chiusi, claustrofobici e nello stesso tempo i primi piani che indugiano sui bellissimi volti delle donne esaltano le loro potenzialità incalcolabili, potenzialità che fanno paura all'uomo che le ha sottomesse. Kadosh è la testimonianza del fallimento del Verbo, di ogni linguaggio che possa descrivere compiutamente la diversità delle forme in cui si esprime la condizione umana. Tutto risulta privo di sfumature, la macchina da presa ci appare come un occhio freddo e distaccato nel cogliere i piccoli momenti monotoni e meccanici del quotidiano rituale religioso. Vittima predestinata di questa realtà è la donna, la quale riveste un ruolo marginale: la sua obbedienza all'uomo deve essere totale, la sua unica gioia, sta scritto nel Talmud, è avere figli ed allevarli. Quella rappresentata da Gitai è una società dove la donna fa peccato se ricorre alle cure del ginecologo, dove l’ossessione per la purezza e per il rispetto dei testi sacri distrugge e condiziona ogni singolo momento della vita femminile. Anni di tradizione rendono praticamente impossibile ogni tentativo di 'rivolta' verso i deliranti fanatismi dei personaggi maschili. Certamente il “quadro??? che il regista ci offre non vuole rappresentare un giudizio completo sulla complessa società ebraica e l'intera situazione mediorientale. C'è un mondo qui fuori» recita una delle donne: non è il migliore dei mondi possibili secondo Gitai ma al tempo stesso non può ignorarsi che quelle leggi arcaiche hanno permesso al popolo d’Israele di superare la diaspora e le persecuzioni. Una contraddizione apparentemente irriducibile, se non attraverso una nuova e meticcia concezione del "sacro".
A cura di:
Filippo Lazzerini