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Once We Were Strangers


Titolo: Once We Were Strangers
Titolo originale: Once We Were Strangers
Anno: 1998
Regia di: Emanuele Crialese
Nazionalità: U.S.A.
Durata: 96 min.

Sceneggiatura: Emanuele Crialese
Fotografia: Sam Selva
Effetti: Simona Paggi
Musiche:

Cast:
Vincenzo Amato, Lynn Cohen, Anjalee Deshpande, Alisha McKinney

 

Note/Curiosità:Premi:
Miglior Film all'Avignon New York Film Festival del 1998;
Miglior attore per Vincenzo Amato al Brussels International Film Festival del 1999;
primo italiano candidato al Sundance Film Festival nel 1998.


Sembra che il lavoro di Emaniele Crialese, romano di nascita e newyorkese di formazione, ruoti più o meno consapevolmente attorno all'immigrazione, ai suoi luoghi, al suo status. "Respiro", film col quale è esploso l'interesse per lui nel nostro paese, parla di italiani in Italia, vero, ma di quelli in bilico sul mare, sul confine meno definito: Lampedusa, dove la storia ha luogo, nota ormai più come approdo per le misere imbarcazioni provenienti dalle coste africane che per il suo popolo di pescatori. Ellis Island, lembo di terra ospite della Statua della Libertà ed avanguardia del Sogno Americano, custode dei documenti e dei ricordi di tanti emigrati, il centro di un progetto televisivo al quale Crialese ha collaborato nel 1999 per Bob Chartoff. "Once we were strangers", sua opera prima tutta newyorkese, ripropone oggi una figura che nel nostro immaginario è collocata a più di quarant'anni fa. Antonio, siciliano di origini, vive a New York arrangiandosi con diversi lavori, in quanto privo della green-card, il permesso di soggiorno statunitense. La storia si sviluppa attorno alle sue conoscenze: Ellen, speaker radiofonica pragmatica e concreta che viene travolta dall'intraprendenza e dalla passionalità dell'italiano, ed Abu, indiano naturalizzato, amico e collega, all'inseguimento del sogno americano. Il metissage culturale tra Ellen ed Antonio gioca con i clichè, il romanticismo di lui, legato ad un "misticismo" tutt'altro che religioso, si scontra contro la concretezza di lei, tanto che resta in dubbio la qualità e l'intesa della coppia. La loro vicenda trova il suo cotrappunto nella storia di Abu e nel suo difficile incontro con Devi, sposa promessagli nell'infanzia, appena giunta dall'India. Lui ormai americano nello stile di vita, non solo sulla carta. Lei, invece, rappresenta tutto ciò da cui Abu si è irrimediabilmente allontanato. Le precarie condizioni di vita si sommano alla distanza culturale e la lingua non è l'unico ostacolo da superare, l'impoverimento a cui ciascun immigrato soggetto infine il trauma da affrontare per Devi, ma anche la spinta per costruirsi una propria vita, una propria identità al di là dell'educazione ricevuta. "Ho capito che essere tranquilli non è segno di debolezza. Il mio personaggio era molto simile a mia madre, così ho imparato a rispettarla ancora di più. Le ci è voluta molta forza per venire in un nuovo paese senza parlarne la lingua e farsi dei nuovi amici" racconta Anjalee Deshpande (Devi). Apprezzato per la qualità degli attori (Vincenzo Amato ha vinto come miglior attore l'edizione del 1999 del Brussels international Film Festival) , per la sensibilità del regista nel restituire una New York viva, indaffarata, lontana dagli stereotipi creati da Spike Lee e Woody Allen, per la capacità di giocare con gli elementi classici del romanticismo, costruendo e decostruendo situazioni "sperimentate", "Once we were strangers" è , soprattutto, un film di incontri e scontri, una rappresentazione dell'America contemporanea e della sua qualità dominante di "melting pot", capace di coniugare intrattenimento ed acuta interpretazione della società. Ci si chiede quali siano le motivazioni del disinteresse nei confronti di questo film sia da parte delle case di distribuzione (il film non è reperibile nè nelle sale, nè nell'home video), sia da parte della critica nazionale.
A cura di:
Valeria Cicerone