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Quei loro incontri

Regia: Danièle Huillet, Jean-Marie Straub

Cast: Angela Nugara, Vittorio Vigneri, Grazia Orsi, Romano Guelfi, Angela Durantini, Enrico Achilli, Giovanni Daddi, Dario Marroncini, Andrea Bacci, Andrea Balducci

Fotografia: Marion Befve, Renato Berta, Jean-Paul Toraille

Nazione: Italia, Francia

Anno: 2006

Durata: 68’

  

Il problema della (in)traducibilità di un'immagine da un linguaggio artistico all'altro professata da Lotman e la conseguente «esplosione di senso», generatrice di nuovi significati, sembra essere la scommessa su cui la coppia Straub-Huillet imposta il proprio lavoro.

Quei loro incontri è infatti la trasposizione cinematografica dei pavesiani Dialoghi con Leucò, già convertiti dai registi in un testo teatrale. Nella modalità di conduzione dei dieci attori, il cui accento rimanda a varie parti d'Italia, risulta chiaro anche l'intento di recuperare le riflessioni teoriche che stanno alle fondamenta della produzione di Pavese. Nel Mestiere di vivere si afferma infatti che la differenza tra linguaggio letterario e linguaggio della comunicazione risiede nel fatto che il primo deve essere «filtrato» e «spersonalizzato». Così gli attori del film alterano la scansione canonica delle frasi in una parlata innaturale e straniante, sia per ritmo che per modulazione vocale.

Il confronto diretto che i Dialoghi instaurano con il Tempo primigenio diventa sguardo rivolto a certe modalità del cinema delle origini (il potenziamento del gesto, le pose dilatate, la fissità della macchina da presa, la preponderanza della visione sul montaggio). Le pièces di Quei loro incontri si svolgono inoltre in campagna, topos pavesiano per antonomasia per la permanenza di quegli elementi magici e irrazionali che – vichianamente – erano in principio (della vita così come della storia dell'uomo). Il tempo ciclico, eterno e immutabile, che le è consustanziale si invera, nel film, nell'immobilità dei personaggi, nelle estenuanti inquadrature, nel ritmo sempre uguale della recitazione (del resto, per riprendere un altro titolo pavesiano, Raccontare è monotono).

La chiusa introduce l'unico elemento non autorizzato alla lettera dal libro, ma che comunque deriva dalla stessa identica matrice: la città, emblema della storia, della collettività, della maturità, che subentra a dialettizzare il polo della campagna, simbolo di infanzia, mito, individualità.

 

Marica Romolini