Titolo: Sangue vivo
Titolo originale: Sangue vivo
Anno: 2000
Regia di: Edoardo Winspeare/td>
Nazionalità: Italia
Durata: 95'
Sceneggiatura: Cecere, Edoardo Winspeare
Fotografia: Paolo Carnera
Effetti: F
Musiche: Gruppo Zo
Contatti:
Cast:
Pino Zimba, Lamberto Probo
Indirizzo sito ufficiale :
Note/Curiosità:PRODUZIONE: Maurizio Tini
DISTRIBUZIONE: Pablo
Disponibile anche in
Siamo nella splendida e contraddittoria terra del Salento. Il contrabbandiere cinquantenne Pino e il musicista trentenne Donato sono fratelli. La morte del padre, per un incidente di cui in realtà nessuno colpevole, li ha divisi. Pino se ne sente responsabile e Donato si lasciato andare al punto da abbandonarsi all'eroina e a frequentare Giovanni, un malvivente privo di scrupoli. Pino tira avanti con i suoi traffici, deve mantenere sua moglie, i figli, la madre, un'altra donna ed il fratello, ma il suo sogno riavvicinarsi al fratello mediante la comune passione per la musica. Donato, che ha un indiscusso talento, ma un carattere irrimediabilmente debole, alla musica preferisce per la sua vita fatta di piccoli furti, spaccio e giornate spese nella piazza del paese in compagnia dei suoi ben poco raccomandabili amici. A nulla valgono le preghiere della madre, di Teresa, la sua fidanzata, e della sorella Maria, che riuscita a catturare l'interesse di un manager musicale. Chi non riesce a darsi per vinto Pino, che mette in piedi una band e riesce ad ottenere un contratto. Il successo riscosso da Pino, tuttavia, non fa breccia in Donato, che si lascia coinvolgere in una rapina da Giovanni. L'impresa si rivela fallimentare, e i due si guadagnano anche dei problemi con la mafia locale. Sarà compito di Pino riuscire a risvegliare nel fratello il desiderio di reagire una volta per tutte alla sua deriva.
Con Sangue vivo (secondo lungometraggio dopo Pizzicata, ai cui ampi riconoscimenti ottenuti allestero non stata corrisposta in Italia un'adeguata distribuzione), Winspeare torna a raccontare la sua terra, la terra del rimorso, come definiva E. De Martino il Salento nel suo studio sul tarantismo. La parola rimorso da intendersi come impossibilità di ricordare un passato cattivo non scelto, che continuamente ri-morde, rigurgita, opprime. Il morso avvelenato della tarantola il simbolo mitico di questo passato nel quale confluiscono conflitti psichici irrisolti, istintive spinte represse, frustrazioni inferte dalla storia e dalla miseria ad una terra arsa dal sole e allucinante nel suo splendore. Nel film per il Sud di oggi ad essere mostrato, un Sud profondamente mutato, stravolto, che tuttavia tenta di opporre alle spinte omologanti le proprie specificità culturali, le proprie tradizioni, esemplificate con efficacia proprio dalla pizzica, le cui note continuano ad attraversare i secoli. Alla tradizione appartiene anche il dialetto salentino, al quale il regista ancora una volta non rinuncia per non tradire la realtà. Gli attori, non professionisti, sono veri.
La bellezza dei luoghi di Pizzicata lascia spazio al degrado di un paesaggio urbano e rurale deturpato da un'edilizia scriteriata, dall'incuria, dall'abbandono. I paesi hanno perso la loro grazia, le periferie sono brutte, anonime. Anche la realtà sociale descritta non è meno desolante: contrabbando di sigarette, trasporto di clandestini dall'Albania, mafia, droga, delinquenza.
Allora la bellezza, l'armonia, l'incanto sono relegati nel sogno, nelle immagini del sogno della madre che aprono il film, dalla valenza onirica sottolineata dal ralenti, da un canto melenso di voci fuori campo e dalle immagini tinte di rosso, lo stesso colore della terra del Salento. Ed il rosso-sangue è proprio il colore dei legami familiari che rimangono saldi e si rompono nel finale: Zimba entra nel sogno della madre dal quale era stato escluso e, diventandone parte, si ricongiunge con i genitori e i fratelli in un ineffabile altrove. Donato accompagna il fratello verso la morte e batte, batte il tamburello per far urlare l'anima ed ammansire il dolore.
A cura di Marco Luceri Equipe Cineforum Stensen
