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Snake of June


Titolo:Snake of June
Nazionalità: JAP
Durata: 77 min.
Sceneggiatura: Shinya Tzukamoto
Fotografia: Shinya Tzukamoto
Effetti:F
Musiche: Chu Ishikawa
Cast:
Asuka Kurosawa, Yuji Koutari, Shinya Tsukamoto, Tomoro Taguchi

Note/Curiosità:


Scheda critica:
Rinko è una ragazza di 30 anni. Timida e scrupolosa, lavora in un centro di igiene mentale: il suo compito è rispondere al telefono e parlare con pazienti depressi, aspiranti suicidi e altre persone che chiedono aiuto. Il

suo lavoro le impone di essere sempre misurata e in pieno controllo delle sue facoltà. Con la voce deve infondere la convinzione che valga la pena vivere, dalle sue risposte dipende la sorte di vite umane. Un giorno riceve un pacco con foto che la ritraggono in atteggiamenti di autoerotismo. Sono opera di una persona che lei ha salvato al telefono e che adesso vuole ricambiarle il favore, liberandola dalle sue inibizione e timidezze. Inizia per Rinko un gioco perverso in cui una voce anonima le impone di spogliarsi pubblicamente e di concedersi ai suoi desideri nascosti.

Per quanto pessimamente distribuito in Europa, Shinya Tsukamoto è comunque un assoluto regista di culto anche nel vecchio continente, divenuto famoso col suo allucinante Tetsuo, film in 16mm che racconta la storia di un uomo che dopo un incidente di auto vede nascere dal proprio corpo un alter-ego metallico. Un cinema visionario e violento, incredibilmente simile (ispirato?) a quello di David Cronenberg, maestro della fusione umano-meccanico, ma capace di soluzioni originali, come vediamo ad esempio dalle scelte cromatiche.

Snake of June è infatti interamente girato in scala di blu, una specie di bianco e nero virato (un blu e nero, se si preferisce) con una fotografia sgranatissima che ben si adatta all'ambientazione del film: una impersonale metropoli giapponese costantemente battuta da una pioggia torrenziale.

Per la metà della sua durata il film si sviluppa come un thriller: gioca sull'ambiguità del ricattatore-fotografo e tiene alta la tensione non mostrandone il volto. Ma a mano a mano che passa il tempo, scivola sempre più nell'onirico, mentre aumentano le visioni e crolla il confine tra realtà e perversione.

Il progetto originario di A snake of June, a detta del regista, sfiorava addirittura la pornografia: a dispetto dei cambiamenti subiti l’aspetto erotico è rimasto preponderante. L’incessante acquazzone che connota profondamente l’atmosfera della pellicola riecheggia ed amplifica la sensualità di fondo: la pelle della protagonista, quando non è madida di sudore, è infatti ricoperta da gocce d’acqua, con un effetto di ardente sensualità. Non si fatica a ritrovare nella pellicola altri topoi della produzione del regista: l’interazione uomo-macchina, il legame tra violenza ed erotismo, la presenza della morte, e soprattutto quella che è l’idea fissa di tutto il suo cinema: l’ossessione per il corpo e per le sue trasformazioni. La dialettica fra materia organica ed inorganica, fra la rotondità degli elementi naturali e le geometrie squadrate della civiltà è poi l’indiscutibile sottotesto di A snake of june. Il cerchio non a caso è un simbolo ricorrente, e rappresenta l’accesso alla natura, soprattutto in riferimento al personaggio di Shigeniko. L’uomo ha infatti sviluppato una vera e propria ossessione nei confronti dell’igiene: simbolo, forse di un’irrecuperabile purezza, ma anche sintomo di uno scollamento nei riguardi della propria fisicità. Non a caso egli rifiuta ogni contatto carnale con la moglie Rinko, la quale si abbandona ovviamente a piaceri solitari e inconfessabili, sintomatici di una sensualità inesplosa che solo l’intervento di un terzo personaggio farà sbocciare in modo prepotente.

Un efficace pellicola sulla sessualità e il voyeurismo, anche cinematografico, con la macchina fotografica del ricattatore sempre presente a registrare, ed anzi stimolare i personaggi.
A cura di
Federico Ferrone