Titolo: Tucker: un uomo e il suo sogno
Titolo originale: Tucker: a man and his dream
Anno: 1988
Regia di: Francis Ford Coppola
Nazionalità: U.S.A.
Durata: 111 min.
Sceneggiatura: Arnold Shulman, David Seidler
Fotografia: Vittorio Storaro
Effetti: Dean Tavoularis, Milena Canonero
Musiche: Jon Jackson
Cast:
Jeff Bridges, Joan Allen, Martin Landau, Christian Slater, Frederic Forrest, Elias Koteas
Quando uscì, nel 1988, Tucker fece immediatamente pensare ad un' allusione alle vicende professionali dello stesso Coppola. La storia vera di Preston Tucker, genialoide inventore- imprenditore che negli anni 40 cercò invano di sfidare il monopolio dei tre giganti americani dell'automobile con un nuovo modello di macchina ultra- moderna, ricordava in maniera evidente il fallimento produttivo del regista italo- americano.
Divenuto negli anni'70 il regista più celebrato del mondo dopo i trionfi dei due Il padrino, ma anche de La conversazione e Apocalypse now, entrambi vincitori della Palma doro a Cannes, Coppola aveva fondato la propria casa di produzione, la Zoetrope. Nata come tentativo di liberarsi dell'ombra pesante dei grandi studios hollywoodiani, la Zoetrope fallì miseramente dopo il fiasco del costosissimo Un sogno lungo un giorno del '79 (ma uscito in Italia nell82). Da allora Coppola ha sempre dovuto lottare per tenere la propria creatività lontana dall'influenza delle majors, tanto odiose quanto necessarie economicamente finendo, negli anni '90, col realizzare sempre meno film da regista, dedicandosi piuttosto all'attività di produttore e viticoltore.
Tucker, prodotto dal gigante LucasFilm dell'amico George Lucas, è una storia americana al 100%, parabola del self-made man geniale ma scomodo. Il protagonista, irrequieto ed utopista, ricorda il Charles Foster Kane di Quarto potere, di cui non ha nè l'ambiguita nè il cinismo. Il suo destino, nonostante il genio, è quello di finire schiacciato dalle logiche economiche di un paese che esalta sì la libera iniziativa, ma solo finchè questa non danneggia gli interessi dei grandi gruppi finanziari, vere e proprie lobby che sono addirittura garantite legalmente.
Ma Preston Tucker, impersonato da uno scatenato Jeff Bridges, diversamente da Kane/Welles, è un eroe interamente positivo, che cadrà comunque in piedi dal suo fallimento perché ha una famiglia e una storia affettiva che lo sorreggono. Nell'utopia quasi demiurgica di creare la macchina del futuro Tucker diviene una sorta di eroe incorruttibile di un universo manicheo, che vede l'umanità divisa tra cattivi dediti al profitto e buoni supportati dagli affetti. Anche se fallirà economicamente, sarà salvato dall'amore dei cari .
L'omaggio al cinema di Frank Capra è sfacciato, più corretto sarebbe quasi parlare di Tucker come di un suo aggiornamento nell'epoca degli effetti speciali. Scandito dalle musiche di Jon Jackson che ripercorrono lo swing di quegli anni, Tucker, vivacissimo, sentimentale, conciliante, è un'opera i cui singoli elementi possono non avere molto di originale o straordinario, ma che incanta per la cura della ricostruzione e possiede un ritmo che non concede un attimo di tregua.
E la ragione della forza del film sta tutta nella troupe, un gruppo di specialisti di livello eccelso, ciascuno detentore di almeno un Oscar: oltre a Coppola, lo scenografo Dean Tavoularis, la costumista Milena Canonero e soprattutto il grande direttore della fotografia Vittorio Storaro. Sono passati dieci anni dall'oscar per Apocalypse now: dalle atmosfere alternativamente epiche e sporche della guerra in Vietnam Storaro è passato ad una fotografia coloratissima che ha evitato la tentazione del bianco e nero per lavorare su sfumature pastello, ispirate alle pubblicità dell'epoca. Il tutto concedendosi anche parentesi più notturne e ambigue, come nel colloquio tra Tucker e lormai decaduto magnate Howard Hughes, unica nota di inquietudine in un film irrimediabilmente positivo.
E se il didascalico processo finale prepara un finale un po' consolatorio, la fotografia di Storaro, nel passaggio dall'aula semi buia all'esplosione di colore durante la parata finale delle auto costruite da Tucker,è una ulteriore dimostrazione del tocco di uno fra i più grandi tecnici della storia del nostro cinema.
A cura di:
Federico Ferrone
