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L' imbalsamatore


Titolo: L' imbalsamatore
Titolo originale: L' imbalsamatore
Anno: 2002
Regia di: Matteo Garrone
Nazionalità: Italia
Durata: 101 min.

Sceneggiatura: Ugo Chiti, Paolo Confini, Massimo Gaudioso, Francesca Leondeff, Matteo Garrone
Fotografia: Marco Onorato
Effetti: Marco Spoletini
Musiche:

Cast:
Lina Bernardi, Ernesto Mahieux, Foglia Manzillo, Elisabetta Rocchetti

 

Note/Curiosità:Presentato nella rassegna un certain regard al Festival del cinema di Cannes del 2002.

Ispirato ad un fatto reale di cronaca nera, il quarto film di Matteo Garrone colpisce sin dal principio per la perdurante presenza di una carica di ambiguità assolutamente atipica nel panorama del cinema italiano contemporaneo. Ambiguità al tempo stesso disturbante e conturbante, intrigante nel suo essere mai espressamente manifesta, ma vero e proprio nodo focale dell'intreccio, dal quale derivano i legami tra i personaggi e le pulsioni che ne determinano l'agire. A partire dalla pratica stessa dell'imbalsamazione dei corpi, non solo vero e proprio gesto di conservazione postuma della vita (come dice Valerio: ...c'è chi vuole avere con se i propri animali amati, anche dopo che sono morti, che male c'è?), ma anche gesto ultimo del possedere una vita amata. L'imbalsamazione cosa altro non è se non il preservare e possedere l'involucro di ciò che si ama? La vicenda mantiene il proprio costante mistero fino alla fine, ed il grande merito della pellicola di Garrone infatti è quello di non voler spiegare per forza quali sono le vere intenzioni e i reali sentimenti dei personaggi, ma, attraverso un preciso utilizzo di allusioni, sospetti, sogni ed ellissi, di riuscire a creare nello spettatore un pervadente senso di conturbante incertezza. Peppino vuole imbalsamare Valerio nella propria squallida vita di periferia, tra locali notturni, prostitute, traffici con la camorra e fughe all'estero? Ma non la stessa cosa che vuole fare Deborah, con la desolante normalità della vita piccolo-borghese nella tetra nebbia di Cremona? Importantissimo quindi l'utilizzo degli spazi interni (claustrofobici e opprimenti) ma soprattutto la scelta di ambientare la storia in due veri e propri non luoghi. Se Caserta infatti è irriconoscibile e vuota, con squallidi palazzoni in riva ad un mare minaccioso, Cremona è solo una serie di strade e incroci persi nella nebbia, in una perenne oscurità, ovattata e imbalsamata nella sua mancanza di vita. Due non luoghi da incubo, perfette incarnazioni dei desideri e dei sogni dei protagonisti, nei quali, proprio i loro sogni, sono per destinati ad infrangersi. Fondamentale per la riuscita e per il grande successo del film anche l'interpretazione di Ernesto Mahieux, attore di teatro dialettale alla sua prima prova cinematografica da protagonista, straordinario non solo nell'aver reso il personaggio di Peppino perfettamente credibile, viste le enormi difficoltà che il ruolo avrebbe potuto comportare, ma soprattutto per aver creato uno dei caratteri più umanamente reali e, al contempo, disturbanti, che il cinema italiano abbia mai avuto.
Michele Manzolini